Missione esistenziale.

L’idea è quella di aiutare a riconoscere scientificamente la profonda inconsistenza del sistema “civile”  organizzato e globalmente alienato, confutare appieno la sua presunta ineluttabilità, conferire dignità e necessità a molte dimensioni e modi di vivere, tecniche, tecnologie ed approcci gnoseologici che il mondo istituzionale (a volte con profonda malafede, altre per assenza di sensibilità e consapevolezza nei propri membri, cioè Noi) trascura, sminuisce, denigra o affossa, impedendo il vero progresso, quello della Coscienza e dell’apertura analogica.

Fisicamente vi è la possibilità di dar vita ad un’umanità junghianamente individuantesi in cui le coscienze risuonino coerentemente in fase, siano non-localmente connesse e radicate alla bontà dell’intrinseco equilibrio che, uscendo dalla Natura, viene inevitabilmente corrotto. Corrotto ed evaso a meno di non farvi ritorno praticando un’osservazione critica, autocosciente, non proiettiva e non condizionata dall’alienazione propria della Seconda Natura a cui abbiamo dato vita e con cui ci siamo patologicamente identificati.

Il “lavoro” da fare è quello sulle coscienze e sulle sensibilità.

Se gli esseri umani iniziano a perseguire la via dell’intelligenza della percezione (Krishnamurti), della presenza, della contemplazione (Panikkar), in cui il senso è nell’esserci, si può dar fine al nutrire macchinismi sovrastrutturali (quali politica, economia, reti bancarie, giurisprudenza, didattica sistematizzata, mercati, industria bellica, farmaceutica indiscriminata, costumi alimentari folli positivizzati, religioni, ideologie limitanti) che si sono sostituiti alle autentiche necessità e possibilità dell’Uomo, alle vere risorse della Terra e al vero scopo della Tecnologia:

-  emancipare l’Uomo da mansioni idiote e procedurali, permettendogli lo sviluppo creativo, eclettico, personale, geniale;

-  arrivare ad un livello sufficientemente avanzato tale per cui “più non si consuma” e “più non si inquina”, permettendo il reale ricongiungimento dell’Uomo con la Natura originaria (in questo senso concordiamo con F. Bacone quando diceva che «la scienza concorre alla redenzione dell’uomo»).

Molte discipline vanno affrancate dall’etichettatura ridicolizzante agita da un ormai obsoleto riduzionismo scientifico che, di fatto confinato al metodo empirico (ed assoggettato alla produzione), diventa ciò che non vorrebbe essere, cioè puramente percettivo, intuitivo (in senso deteriore, logico) ed approssimativo, vincolando la verità alle categorie di ripetibilità, riproducibilità e falsificabilità a qualunque scala. Eppure, attraverso lo studio fisico dei sistemi complessi, della Teoria Quantistica dei Campi, dell’Elettrodinamica Coerente, della Termodinamica dei Processi Irreversibili e della dimostrabile autoconsistenza sincronica dei sistemi viventi (specialmente), c’è da riconoscere che la relazione sostanzia gli enti finora ritenuti isolabili, che nulla esiste in sé e che (soprattutto a livelli sottili) nulla è ripetibile. La riproducibilità è un’approssimazione (comoda e, in molti casi, valida/utile), ma non può essere applicata ad ogni scala dimensionale (spazio-temporale) e quindi non può essere il criterio per decidere la Verità tout court.

Il paradigma quantistico integro (quello di campo) fatica a consegnare alla cultura (in particolare accademica e industriale) alcuni fondamentali contenuti: nulla è isolabile, a livello profondo esiste un oggetto fisico antecedente a materia, spazio, tempo (e ad essi preposto) che si esprime come campo (il vuoto: vacuum) in perenne fluttuazione dinamica, ogni ente si rapporta a quest’ultimo come un quadretto al foglio su cui è ritratto da cui, quindi, non può – se non arbitrariamente – considerarsi altro. Tutto è un campo in oscillazione. Allora si comprende che la Metafisica che ha sempre considerato l’Essere come oggettività, è un regno che non può affrancarsi dal Divenire e quindi da una Storia (dello Spirito). In questo senso il distinguere la Fisica (regno del divenire, del molteplice, del contingente, del corruttibile) dalla Metafisica (regno dell’Essere, delle Cause Prime, del Necessario, dell’Immutabile) è un’operazione arbitraria che ha esiti la cui gravità (non colta) è assimilabile a quella derivante dalla separazione tra anima e corpo, psiche e soma, materia e informazione/coscienza. In un certo senso, sia alla società della Techne da un lato che a quella della Religio dall’altro, la Filosofia, storicizzatasi in tradizione metafisica, ha proprio preparato il terreno per l’attuale dicotomia (ontologica) noumeno-fenomenica: che divide “mondo dell’apparire contingente” da “mondo dell’essere necessario”.

In una consapevolezza olonomica e dinamica, che attiene cioè ad una comune soggettività necessaria (l’Uno) che si esperisce in una Storia e che costituisce (proprio nel suo divenire) la totalità del Reale, riteniamo che si possano gettare le basi per un’umanità organizzata in una società cosmopolita, comunitaria, autoprodotta, autocosciente, la cui etica consta di diritto naturale e tensione fichtiana al contempo, in quanto si riconosce che la possibilità autoorganizzante ed autopoietica è già insita, in questo Tutto autocosciente, come proprietà originaria e tensione. Il separare le nature di un ciò che si  e di un ciò che sottende l’apparenza comporta una divisione tra necessità e scelta, tra ontologia e ideologia, tra Metafisica e Fisica, impedendo di cogliere quanto ogni presente sia analogicamente connaturato di entrambe. Nessun ipotetico Dio sarebbe necessario se non divenisse. Nessun ipotetico Dio esterno al Mondo potrebbe essere sempre Tale, prescindendo dal divenire del Mondo. Perché nessun sogno (il Mondo) di un ipotetico Dio (supposto solo alieno-trascendente) può svolgersi senza costituire per il Sognatore (il Dio) un’esperienza, quindi, un processo, un percorso, un divenire. Il Divenire è ciò che si pone in essere: esso è la conditio dell’Essere.

Accorgendosi di questo, si coglie la Realtà del presente e la virtualità delle proiezioni; la Verità del essere-risuonare-sentire e la falsità del descrivere-rappresentare-comprendere.

Dalla mia ricerca emerge che la radice comune ai problemi che affliggono l’umanità e minano la Natura con cui la prima interagisce (dimenticandosi che non può prescinderne) risiede nel limitare la soggettività alla sola identità pre-codificata dai codici razionali (posti nel Sistema) da cui deriva, spacciata per organizzazione, la separazione degli ambiti di pertinenza e dei modi di indagare la Realtà (fisica, biologia, medicina, psicologia, sociologia, filosofia, spiritualità). Ciò che in una  società paleolitica era un indistinto tra uomo e natura, con l’avvento della parola (logòs) è stato smarrito, alienato e gli uomini si ritrovarono a nascere in una sistematizzazione data per necessaria, immutabile, senza ricordare che tale sistema è prodotto proprio dalla delega della propria autocoscienza a strutture oggettuali deputate a gestire le soggettività solo tramite griglie pre-codificate razionalmente, in quanto trasversali. Il problema è che in un simile paesaggio il senso critico del soggetto scompare in quanto non viene riconosciuto che la condizione attuale del sistema sociale è storicamente prodotta. Ossia, che tale condizione è stata tanto inevitabile (necessaria) quanto scelta (ideologica). La capacità critica dell’uomo intellettuale (in senso fichtiano, autentico e svincolato da ruffianerie accademiche o culturali) cede allora il passo alla semplice e piccina scaltrezza del pragmatico (quello dell’“io non mi faccio fregare”), mai scevra da un cinismo rassegnato e distopico che, a perfetto servizio del sistema in cui opera, non fa altro che riconfermare l’immutabilità dello status quo (quello del “figurati se ci si può mettere a cambiare le cose…aspetta e spera!”). Direbbe Adorno che «della condizione sociale alienante ed acritica viene sottoscritto il raddoppiamento spirituale – ontologico – da parte dello pseudo-formato (halbgebildete)», intendendo con “pseudo-formato” l’individuo fruitore di una cultura abortita, socializzata e resa immediatamente accessibile senza presupposti. Ossia: si convalida acriticamente la necessità di ciò che già è, senza vederne i connotati fortemente ideologici e, perciò, sceglibili, falsificabili, criticabili.

Ma nulla di geniale ed alto è assimilabile senza uno sforzo critico autonomo, da parte del singolo soggetto che per far ciò deve sottrarsi a quella continua chiacchiera integrante del “collettivizzato di default”.

Questa accortezza è ciò che si prepone cogentemente alla formazione (Bildung). Anche la pedagogia e la didattica subiscono un’intrinseca degenerazione, sia nel momento in cui sono sistematizzate ed integrate “statalmente”, sia nel momento in cui si fanno avulse, negandola, dalla reificazione del sistema poiché in tal modo ne ipostatizzano indirettamente la finta natura trascendente (degli equivalenti generali) e non promuovono un atteggiamento critico fin dalla giovane età, fase miliare per la costruzione degli strumenti ermeneutici.