Manifesto di pensiero.

Il sistema occidentale moderno (socio-culturale, politico-economico, tecnico-scientifico, antropologico-archetipico, etico-valoriale) scaturisce da un approccio dell’uomo alla realtà già impoverito da una separazione profonda, declinantesi sulle sole categorie della logica e della causa. È un approccio privo dell’apertura analogica che consente di trascendere la falsa, in quanto non esauriente, identità tra il reale/vero e l’oggettivo/ripetibile.

Scalzato dalla possibilità di fuggire autonomamente nella percezione (intelligente), nell’ascolto (contemplativo), il soggetto si ritrova disconfermato in tutto ciò che riguarda il “non verificabile” strumentalmente, ripetibilmente, univocamente. Tutto ciò che non è inscrivibile nelle griglie della ragione, del falsificabile e del principio di non-contraddizione, viene relegato nell’irreale, nello psichismo, nel paranormale o, peggio, nella metafisica.

Ad esempio il vissuto psichico, le sensazioni corporee, le possibilità percettive (extra-ordinarie) di certi soggetti, i desideri, i problemi, la struttura del tempo, sono stringhe che mancano nella tessitura della trama sociale, specie nelle sue connotazioni positivizzate ed organizzate. A dire il vero, non è che la Cultura diffusa ostracizzi deliberatamente l’esprimersi dei vissuti personali; anzi le esperienze soggettive sono per lo più argomento base delle interazioni sociali (senza ora distinguere in gradi di profondità e sottigliezza con cui esse vengano condotte). Il problema, però, è che nella Prassi sociale – quella della decisione, dell’investimento, della produzione, dei contratti di lavoro, della ricerca scientifica e dei suoi criteri di verità, della politica, dell’istruzione, della sanità (in somma in tutto quello che “fa andare avanti il mondo”) – tutto ciò scompare. E il soggetto si ritrova costituito di una frattura tra “le cose serie” e “le cose mie”.

Come se alcune dinamiche (disgraziatamente solo soggettive) potessero accadere a prescindere dall’esistere.

Perché mai per una moltitudine di esseri umani dovrebbe essere un problema avere “le cose mie” separate da “le cose serie”? La ragione è che questa separazione interna porta ad impostare un’organizzazione collettiva che, in quanto voluta immediata, uniformabile, esercitabile ed “orizzontale”, manca di quello spazio d’esistente che fa capo a tutto ciò che è irripetibile, indecidibile, personale e che, per il principio di indeterminazione di Heisemberg, si sostanzia di un’oggettiva soggettività (approfondisci).

Purtroppo, poi, in soccorso al buon senso soggiungono la malafede, il cinismo e l’ovvio già scandalizzato, in cui i benpensanti e gli “uomini di senno”, trincerandosi, possono liquidare, commiserandolo, qualunque definito visionario che veda e senta cose che (“ma guarda un po’!” – si dice con sorriso scettico) solo lui sa, vede o sente.

Questa prospettiva “ragionevole” ed “obbiettiva” da cui guardare il mondo (ufficializzata e positivizzata) e con cui pro-vocarlo, si impone ad ogni soggetto in modo perverso portandolo, già fin dalla didattica infantile, a sostituire e svuotare le proprie vedute, le proprie sens-azioni e sens-ibilità, le proprie percezioni, la propria trascendenza, avvizzendole da fertili aperture a sterili attitudini.

In tal modo, persa la coscienza analogica, fatta di quel de-situarsi fuori da qualunque sistematizzazione uniformante (in cui anche la “trasgressione come regola” è tristemente inclusa), fatta di quel frequentare l’oltre del senso – evasivo ed irriducibile alla non-contraddizione –il metodo di conoscenza e di relazione si chiude in un recinto “ufficiale” che ha ridotto il cogliere al misurare e al definire. Ecco che è qui che l’umanità antropologicamente mascolinizzata e logicizzata dal mito della parola identificante ha sostituito la Realtà con la rappresentazione/descrizione della stessa. Quando ad una società fusa con Gaia (Dea Madre-Terra) – ritmata dalla Luna ed in cui il femminile (custode di ciò che non si dà sempre uguale) era vivo – subentrò quella fallica – ascritta al nominare il mondo, potendone far di conto e determinare gli enti – ci si illuse che il dire del verbo fa la Realtà. E con verbo s’intende ogni elemento di un qualunque codice di rappresentazione organizzato logicamente (calcolo, linguaggio apodittico, geometria euclidea) ossia che fa capo al principio di non contraddizione, in cui le cose sono solo se stesse (e non altro) ed in cui i sensi si svuotano in significati. Al “tempo di Gaia” si sentiva (e viveva) che la Realtà è prima dell’esser detta: prima è (come Tutto che diviene), poi si dà (come parti-forme-verba che tentano la cristallizzazione).

Il dire un “che”, un “cosa” (che sia elettrone, cucchiaio, albero, Marco) è un atto di recisione identitario descrivente operato sul Reale dal meta-livello poietico della ragione.

Senza scampo, de-scrivendo la Realtà ed illudendosi di poterne non partecipare (come lo sperimentatore classico-galileiano), ci si lascia sfuggire quanto il soggetto conoscente, l’oggetto conosciuto e il processo conoscitivo siano dialetticamente (o poli-letticamente) co-appartenenti e funzionalmente inseparabili (Tao).

L’approccio descrittivo proprio della ragione post-socratica, preposto e necessario al metodo scientifico sperimentale, ha condizionato la modalità dell’uomo occidentale di rapportarsi alla conoscenza in tutti i suoi ambiti. Al punto che, a Nostro avviso, il problema dell’epistemologia, oggi, è anche il problema della società.

Quello che secondo Noi è un’esigenza vitale, inderogabile, fatale, è lo svolgimento a livello di sistema positivizzato (a partire da ogni soggetto cosciente), di una sintesi in cui ri-accogliere l’indecidibile, il paradosso, il soggettivo, l’irripetibile, il sottile, per porre fine alla ormai delittuosa ed ipocrita ipostatizzazione del raziocinio totalitario uniformante e trasmutare finalmente la società da una paralisi sistematizzata ad un fluire sistemico.

In un certo senso, richiamiamo quanto già M. Heidegger denunciò sulla totale impreparazione degli uomini rispetto alla trasformazione del mondo da parte della tecnica: col fatto che in pratica ormai si dispone solo di un pensiero di tipo calcolante (Denken als rechnen), che punta solo all’utile, allo spendibile, all’immediatamente soluzionabile, non si sa più agire una prassi del pensiero libero, affrancato dal fare, cosa che restituirebbe quella possibilità da parte dei soggetti di porsi con un atteggiamento critico nei confronti della storia a cui danno corso. Anche E. Severino ci ricorda che «non si vuol discutere che di problemi immediati e si riconosce un senso ai problemi solo se già s’intravvedono le specifiche tecniche risolutorie. Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?», L’Essenza del Nichilismo, pag. 263 (1972).

Già la separazione in ambiti di pertinenza, in “aree disciplinari”, in cui si inchiodano i cannocchiali da cui osservare l’infinito e, forse irriducibile, poliedro del Mondo, è uno dei più gravi problemi.  “Questa” è Scienza, “questa” è Filosofia, “questa” è Psicologia, “questa” altro ancora… “Questa” quale? Cosa? Ma, oltre a “perché farlo?”, come si fa a decidere consistentemente, dove “finisce” la Scienza e dove “inizia” la Filosofia, ad esempio? Se ci si sofferma accortamente, si coglie che la domanda è mal posta.

Il problema è che lo strumento intuitivo (visivo-eidetico) del paradigma classico e del mentale calcolante contamina ed affligge le modalità di rapportarsi all’esistente nella maggior parte dei soggetti, anche nelle persone di “alta cultura”, quelle che la Cultura possono orientarla e organizzarla, quelle che sulla sistematizzazione culturale campano. E incredibilmente, negli ultimi due secoli, questa metodica sperimentale, questo rigorismo aritmetico, sotto spinta mimetica da parte delle “scienze molli” nei confronti di quelle “dure”, ha pervaso anche i territori che all’uomo consentivano di cogliere l’alta dignità del simbolico e del non commutativo. Si assiste infatti ad uno scientifismo pretenzioso da parte di scrittori, filosofi, letterati, sociologi, psicologi, politici che è tanto ingenuo quanto cinico.

Ingenuo perché agito senza una debita competenza in merito a quanto la fisica moderna è riuscita a denunciare (non ancora a sufficienza in ambiente accademico) sul fatto che fondamentali quali l’isolabilità, l’inerzia, la località, la causalità lineare, sono puri postulati, solo ideali, inconsistenti ed inesistibili; motivo per cui applicare una metodica causalistica e descrittiva laddove il livello di integrazione è tale per cui le categorie costitutive sono il senso, la relazione di fase, la retroazione, l’autopoiesi, la non località, è come cercare di chiedersi se il giorno è causa della notte o viceversa.

Cinico perché rassegna tutto l’esistente ad un meccanicistico accadersi (cieco-ateo o provvido-divino) entro cui tutto è uni-versato, identificato, de-terminato (o de-terminabile: “sarà solo questione di tempo”), in cui tutto è ridotto ad episteme (eventualmente anche distinto da tutto ciò che non sia “substantia divina”): la realtà nella sua totalità è supposta constare di sole cause che sottendono ad effetti, di soli oggetti a fianco di altri e persino i più alti vibrati della poesia e del sentimento non sono altro che collisioni neuro-recettoriali di opportune molecole.

In tal modo non si coglie la connessione che precede e sottende ogni rappresentazione eidetica, entro cui il teatrino dell’oggettualità poteva reggere, ma che, se trascesa, disvela l’introvabilità di inizi e fini, perché l’unica sostanza reale è il processo, il divenire. Questo è l’Uno.

La stessa mimesi e ricalco epistemologici sono stati compiuti dalla Biologia e dalla Medicina che sono finite per essere, la prima simulazione numerica d’interazioni molecolari a corto raggio in LCAO (Linear Combination of Atomic Orbitals), la seconda idiotica procedura sanitaria ed applicazione di protocolli.

Si è dato per scontato che il funzionamento dei sistemi viventi (la cui definizione comincia appena a sostanziarsi di consistenza fisica, solo a patto di sporgersi in un approccio di campo e non locale) fosse approssimabile a quello dei sistemi modellizzabili tramite la meccanica statistica, la termodinamica classica o la simulazione caotica.

Così anziché adattarsi ogni volta all’unicità irripetibile di un soggetto e del suo problema (malessere, sintomo, disfunzione) e raggiungere, ogni volta con metodo ad hoc, il successo terapeutico (guarigione, riequilibrio, armonia),  si applica una procedura di default che come costante ha solo il come ed i cui risultati (i cosa) sono statistici. Tanto ciò che conta è rispettare la procedura. Ciò che conta è fare come è stabilito.

La Fisica, da circa un secolo, sta potendo consegnare alla conoscenza umana gli strumenti per cogliere che nulla è in sé, in ab-soluto; basti tener conto che a livelli profondi non vi è che il vuoto e la materia risulta solo un apparire di densità. Così come ogni oggetto (ed ogni Io) in sé non ha alcuna necessità, né possibilità d’esistenza, allo stesso modo strutture di sapere, discipline, aree concettuali, ecc. non hanno, se non solo arbitrariamente, confini che possano con consistenza distinguerle tra loro. Ormai questi “confini”, più che una comoda “logistica gnoseologica” sono una totalitaria barriera anti-comunicazionale. Vale lo stesso per gli “Stati” le “Religioni”, le “Monete”.

Così come nel momento in cui un bambino, guardandosi allo specchio, si accorgerebbe razionalmente che è, di esserci, l’autocoscienza s’abbozza nel primo atto di alienazione, di estraniazione. Poco logicamente, proprio nell’uscita da sé, ci si accorge di sé. Ma per completare e realizzare totalmente quell’accorgersi, il processo non potrebbe mai terminare qui; Hegel ci direbbe che siamo solo al secondo dei tre passaggi costitutivi il conoscere: tesi, antitesi, sintesi. Il soggetto, appena scortosi attraverso l’Io de-scrivente, per agire davvero l’esistere, deve ri-conoscersi rientrando nella propria unità, integrando ora anche quella componente meta-osservante (alienata) nella quale, se rimanesse totalmente identificato, perderebbe la possibilità di essere, confinandosi e condannandosi al solo vedersi essere, al de-scriversi, al rappresentarsi.

Quest’apertura necessaria al compimento dell’autocoscienza, ad un percorso nella Verità, ad una Ricerca degna di tale nome, che supera il descrivere le cose perché esige il diventare le cose, l’esserle, il sentirle, può formularsi nel passaggio (ritorno) dalla dimensione logica della ragione, che dis-pone e pro-voca, alla dimensione analogica del sentire che com-pone ed e-voca.

Il disporre della ragione sta nel fatto che ogni cosa osservata e conosciuta (anche il soggetto stesso) è messa “in fila e di contro” (ob-jecta) quindi oggettivata e dis-tinta. Il suo provocare, poi, sta nell’impossibilità di rinsavire dalla compulsiva funzionalizzazione di ogni azione, ente, individuo, gesto, idea, a scopi eteronomi in quanto essa si svolge nel flusso del tempo e nella pro-cedura del discorso logico (logòs) che del tempo dischiudono solo la tensione dal prima verso il poi. Un albero di pesche diventa produttore di frutta e risorsa di mercato (anche la sua forma topiaria ne risentirà), una spiccata abilità nel calcolo sarà occasione di brillante carriera bancaria o accademica, una nuova tecnica di scavo aprirà nuove monumentali imprese e nuovi mercati; il “a che cosa serve?” determina dapprima la dignità o meno di qualunque cosa accada. Anche il pensiero deve volgersi ad una prassi spendibile, immediata e si fa esercizio mentale o mero apprendimento. Ma all’interno di una società monetaria anche l’inutile è utile in quanto vendibile: il vezzo, il lusso, la moda, lo status, il gioco, l’erotismo sono valoriabili e seducenti. Da qui si origina il pro-gettare della techne e la Scienza si asserve alla produzione. Ecco che l’Arte, allora, se non ancora degradata a bene di cultura, è salvifica in quanto spezza il circolo compulsivo della funzionalizzazione e restituisce l’autonomia di Senso alla contemplazione non-decodificante del gesto, dell’opera e dei soggetti risonanti con essa e tra loro (artista ed esteta).

Il com-porre del senso, invece, chiama al ritorno conciliante del soggetto, prima oggettivato a solo funzionar-Io, ad una totalità simbolica (sym-ballein), inesauribile dai codici della logica, in cui è possibile chiamare, e-vocare, ogni oltre, in cui il soggetto è libero di individuarsi ed agire i propri archetipi, che portati a coscienza sono funzionali alla trascendenza e non destini da subire. È quanto mai immediata ed ovvia la critica volta a confutare una (solo apparente) condanna del processo tecnico, del metodo sperimentale, dell’organizzazione societaria. “Ma come..? E quindi dovremmo tornare a vivere nelle caverne..? Ma la tecnologia non dovrebbe rendere la vita migliore? Perché eliminarla e come sarebbe possibile?” sono domande che vengono senz’altro sollevate, ma non opportune. La mozione in esame, infatti, non comporta la negazione di ciò che si è storicamente prodotto. Nessuno parla di eliminare nulla tout court, piuttosto se ne richiama l’osservazione. Come approfondiremo meglio di seguito in merito alla co-appartenenza di necessità (ontologia) e libera scelta (ideologia) dello svolgersi del Mondo (di una Fenomenologia dello Spirito), si deve riconoscere che tutto ciò che è ha una necessità. Allo stesso tempo, però, ogni evento si svolge anche all’interno di un orizzonte i cui gradi di libertà sono quelli della Realtà, intesa come soggetto unitario e composto (di ogni rappresentabile Io) al contempo. Questo connaturato ossimoro deve permettere di non far scivolare quindi nella supina ed acritica accettazione di ogni evento in sé come indecidibile e solo subibile in quanto esclusivamente necessario. Ciò significa che la scelta, presente per presente, è possibile e dunque agita.

Insieme alla possibilità del soggetto libero di individuarsi, di de-situarsi nell’eccedenza di senso, di perseguire la propria funzione trascendente – che nella massima speciazione soggettiva, proprio perché analogica, adempie la fusione comunitaria e coerente delle coscienze, cioè compie l’unione profonda e spontanea dei tanti Io in un autoprodotto e collettivo – quello che si rivela necessario è il vigilare dello Spirito sulla propria Storia.

Parallelamente e coerentemente alla fede cieca nella causa e al culto (scientifico e filosofico – forse fino prima di Heidegger) degli enti necessari e determinabili in sé, si arriva ad una società che nelle proprie regole ipostatizza la legge e la colpa non cogliendo che ogni comportamento agito è il prodotto di una storia che coinvolge il mondo intero, quindi anche i condannanti. Si configura così un regime strisciante e capillare che più che una protezione (arcaica) “dalle fiere e dalle intemperie” della Natura, si rivela essere un roveto ispido e vulnerante in cui una Seconda Natura diventa il fine ultimo ed il soggetto Le è prontamente dato in pasto come mezzo per adempierlo.

In un’umanità primitiva, iliaca, irrisolta si può con-vivere solo nel confinamento, in ogni individuo, della pulsione (di eros, di morte e, aggiungeremmo, crematistica) attraverso leggi e regole esternamente poste, secondo un principio di causa-effetto (cioè «siamo pericolosi gli uni per gli altri → pongo leggi a cui tutti si attengono → tutti si ordinano e possono convivere»). In un’umanità cosciente e connessa, invece, il vivere insieme si sostanzia della promossa fioritura, in ogni soggetto cosciente, del senso in un’olografica connessione in cui, vigendo la coerenza, tutto è libero e consono al contempo: libertà come agire incondizionatamente, cioè senza condizionamenti (né alienazioni non condotte a compimento sintetico, Hegel), Krishnamurti.

Pensare che con le norme, con i sistemi legislativi, con i mercati monetari si possa costituire una società libera, etica, individuante, è come sperare di veder vincere un match di alto livello da uomini comuni contro professionisti solo perché ai primi è stata data una divisa da gioco.

Di fatto oggi più che mai, il sistema si fa ente autonomo rispetto agli individui che lo configurano risultando in un’organizzazione non (più) auto-prodotta dalla coscienza (analogica) del singolo. In nanotecnologie ci si riferisce alla differenza tra sistemi bottom-up, spontaneamente autorganizzati, perché le variabili fisiche lo dettano termodinamicamente, e sistemi top-down, organizzati, con grande dispendio di energia e strutturazione, da processi fatti ad hoc o a posteriori per conferire un pattern, una forma.

Un’umanità originariamente intuitiva, spontanea, antropologicamente forse bambina, ancora ascritta ai ritmi lunari, femminili, matriarcale, con l’avvento del logòs maschile e calcolante, spiazzata, perse la possibilità di autoprodurre un ordine fondato sul sentire. In tal modo l’insieme di configurazioni, regole, relazioni, finalità, suddivisioni di compiti ed organismi preposti, positivizzatosi nelle epoche successive a partire da un’ossatura normante propria di quell’umanità ormai spaesata e rotta da un coscienza descrivente, si è trasformato in un’eredità pseudo-vivente che per i soggetti è di fatto diventata una sovra-coscienza (alienata), meramente meccanica, super-egoica, che ha come fine primario l’autoconservazione alla quale è essenziale il controllo, oltre che delle pulsioni, dei significati e dei codici (eterogenesi dei fini). Si nasce già nella organizzazione sistematizzata.

Dove l’illusione dell’isolabilità ha narcotizzato i tanti Io, il soggetto-umanitario (lo Spirito) si dissolve tra ab-soluti individui e la coscienza collettiva del comune , potenzialmente coerente, in cui la substantia prima è la relazione, si disgrega in calcolabili e collassati elementi.

In questa riduzione orchestrata (soggettiva, per parafrasare R. Penrose) si ha il contrarsi del senso in significato concluso; la dialettica abdica all’identità sillogistica, apodittica; dalla potenza del simbolo si codifica l’esausta manipolabilità del segno; l’inesauribile correspondance analogica si scarnifica ad ovvia identificazione  (delle cose con se stesse e non altro). È qui che il soggetto avvizzito può ora essere rifornito con i significati “pro-duttivi” per la sua esistenza, ora funzionale allo svolgimento di ruoli pro-gettati. È qui che i motivi dell’esistere si immolano alle sole ragioni e cause (razionalismo, ateismo, techne), o ai soli scopi e missioni (teologia, misticismo), disgiuntamente.

È qui che prende abbrivio la deriva tra due continenti: quello di chi guarda indietro le cause che spingono gli eventi, e quello di chi guarda in avanti i fini che tirano gli eventi, vedendo o i primi  o i secondi. Luigi Fantappiè (matematico), invece, ci ricordò già nel ’46, nella sua Teoria Unitaria del Mondo Fisico e Biologico, che vi è compresenza e co-sostanzialità di entrambe le polarizzazioni diacroniche.

Ma questa deriva, non tanto allontana certi uomini da altri, piuttosto risiede in ogni Io scivolato nel recinto della sola ragione che abita tanto la Scienza quanto la Religione. Certi uomini preferiscono pervadersi dell’una o dell’altra ambientazione e parimenti orientano dei correlati organi sociali, apparati, scuole, movimenti d’opinione. Entrambi i luoghi sono abitati dal comune tentativo della previsione, del progetto e, forse, del controllo. E in entrambi i regni vi sono chiese e déi che di diverso hanno solo i nomi e le effigi: nel regno retto sui meccanismi (ciechi) la chiesa è la techne e il dio è il “verificarsi ripetibilmente e falsificabilmente” a cui sottendere delle leggi (naturali); nel regno retto sui disegni (provvidi) la Chiesa (una o molte) vuol esser la sola ascoltata ed il Dio è quello della Legge (Soprannaturale).

In realtà ad un’analisi appena più accorta, si può constatare che le categorie della techne sono tanto teologiche quanto quelle della religione. Infatti, come ci ricorda bene U. Galimberti, già la scansione del tempo, che in teologia associa passato, presente e futuro rispettivamente a male, riscatto e salvezza, nella Scienza abbina tale triade a ignoranza, ricerca e progresso.

Allora…

Solo la visione analogica sa abbracciare la co-appartenenza di causa e fine, la dialettica unità di soggetto e oggetto e che l’Essere è il Divenire in quanto condizione, in quanto processo. L’unica cosa esistente davvero immutabile, incorruttibile e necessaria è il Divenire. Già Eraclito lo colse: panta chorei kai ouden menei (tutto scorre niente permane). La “ragione” ha diviso poi ciò che divisibile in sé non è.

Dalla olo-spettiva analogica (in quanto non pro-spettica, pro-iettiva, perché com-positiva sym-bolica), ci si accorge che il divenire è tutto ciò che è presente e che il presente è tutto ciò che è reale.

Ecco allora che non ci si fa più comprare dal “progresso per il progresso” o dalla “tradizione per la tradizione” di qualsivoglia “regno” che àncora, affida, programma e seduce i soggetti in ciò che, non esistendo più o non esistendo ancora (passato o futuro), riesce a condizionarne il sensato agire deprimendolo a dissociato fare.

Ecco perché colui che si immette nella contemplazione è realmente libero: perché il presente non si può vendere, misurare o promettere.

Certo, questo de-situarsi costa molto caro ovunque viga un Sistema operante tramite equivalenti generali (la Legge, il Denaro, il Cittadino, i Valori, i Mercati, lo Stato, l’Istruzione) e la violenza che sottende i corrispondenti “servizi” profferti non ha più sipario.

Allo stesso modo in cui l’altitudine e l’inesauribilità di ciò che non si dà da sé è liquidata ad effimera doxa, della quale non si coglie la sostanziale necessità, funzionale alla stessa episteme (ciò che si dà da sé), il vissuto spirituale (l’esplorare  l’anànke, lo scoprirsene parte)  trova la propria pro-gettazione e codifica socializzata nelle religioni.

Il senso del sacro viene perso quando subentra un giudizio che si permette di dimensionare e collocare qualcosa che è pura potenza, che è oltre. Il Dio israelita è infatti innominabile, non per un divieto paternalistico e totalitario, quanto piuttosto per “non lasciar fuori nulla” in quanto il nominare, è un definire, è un finire qualcosa di inconcludibile, il Tutto.

Questa consapevolezza andrebbe tenuta in una tale vividezza da far comprendere che gli uomini coscienti sono spirituali e non religiosi: ciò che “conta” non si può rappresentare ed organizzare in configurazioni comunque cristallizzabili senza corromperlo, sfettarlo. Scordato ciò, vi restano solo  culto e liturgia.

Questo non è un semplicistico liquidare il valore del rito come occasione alta per rifondare la forma nella sostanza, piuttosto un accorato allertare riguardo al pericolo di cui i molti sono preda; pericolo che consta del degenerare il rapportarsi alla Necessità (anànke) a sola pratica liturgica collettivizzata che, per giunta, allontana certi “fedeli” da “altri”. Non si coglie più quanto il substrato sia Uno e la Sua trascendenza sia proprio quella in relazione ad ogni rappresentabilità: ciò che si trascende è proprio la rappresentazione in un qualche codificato contesto, di per sé già arbitrario. Invece che in un parziale comprendere, proprio di ogni rappresentazione codificante, in quanto descrizione, solo nel panico sentire abita la Verità.

Tutto ciò costituisce l’esperienza di un unico soggetto in divenire fuori da Sé, attraverso Sé e verso Sé: la Realtà.