Benvenuti.

Caro Visitatore/rice,

in questa pagina introduttiva troverà alcuni spunti dei tanti temi che mi impegno a scandagliare e che ho qui tentato di raggruppare in 4 macro tematiche. Sappia che nulla di ciò che vorrei portarLa a conoscere completamente sarà da Lei fruibile senza presupposti, immediatamente, con una lettura veloce e frettolosa, “giusto per capire di che si tratta”. Quello che troverà maldestramente sintetizzato in questa pagina, per essere colto davvero, va almeno approfondito nelle altre (ed oltre). È necessario il Suo soffermarsi, il Suo sforzo di soggetto autonomo, serve la Sua rielaborazione critica di quanto, comunque cattedraticamente, viene proposto. 

T.W. Adorno chiamò questo processo Bildung (formazione).

Di che parlo..?

Oltre a cercare di traghettare nella prassi umana sociale-scientifica-medica-etica alcune acquisizioni in materia di Fisica Moderna che, a mio avviso, svelano l’inconsistenza di quanto, specialmente in occidente, si sia positivizzato come “sistema” e che sta conducendo la stessa umanità al collasso, mi sto permettendo di trattare di questioni che attingono direttamente al Senso, alla Necessità, alla consistenza della Physis, alla Realtà come Soggetto in esperienza, alla co-appartenenza di trascendenza ed immanenza. Dalla mia ricerca emerge che tutto è affar di Scienza, solo si deve ampliare ciò che s’intende per “Scienza”.

Forse in maniera presuntuosa, sto indicando una modalità di conoscenza che, evadendo oltre le ragioni, possa cogliere l’indicibile Verità. Sto indicando una modalità di relazionarsi all’esistente che permetta di scorgere la fondata possibilità fisica per un’umanità cosciente della connessione tra soggetti ed ambiente capace di
comprendere che agendo sugli stimoli si può evolvere qualunque natura.

Una Scienza Analogica

L’accoglimento profondo del paradigma quantistico offerto dalla Teoria dei Campi (e non della Meccanica Quantistica!) e dall’Elettrodinamica Coerente apre una prima grande via verso una Scienza che trascenda il misurabile e permetta di riconoscere l’esigenza di un’epistemologia che non limiti i criteri di verità a ripetibilità, riproducibilità e falsificabilità tout court. A livello profondo, infatti, la Realtà si costituisce di un unico campo (il vacuum) dalle cui fluttuazioni si producono i livelli poietici di materia, spazio, tempo, energia, forza, ecc. che costituiscono una fenomenologia in cui è possibile inscrivere enti rappresentati, ma: nessun ente determinato ha una necessità ontologica in sé. È questo che la rivoluzione quantistica deve ancora consegnare alla cultura ed alla visione intuitiva del mondo correnti. Il paradosso di Zenone abita la quotidianità più fine: ogni ente determinato è contemporaneamente in un qui ed ora distante sia finitamente che infinitamente da un altro lì e adesso (ad esempio) e, al contempo, gli è anche perfettamente coincidente perché andando in intima profondità le categorie di spazio e tempo non vi sono “ancora” poiché la materia “ancora non si dà” – se zoomiamo infinitamente nella materia vi si trova solo il vuoto-vacuum – (e tutto è un campo, un Uno). La materia è un apparire progressivo di densità a partire dal vacuum, ma il rapporto è dialettico e biunivoco perché lo stesso vacuum è retro-influenzato dallo stato della materia (per quanto limitante sia distinguerli col linguaggio) nonostante esso, in termini di materia, descrivibile non sia. Ecco che si fa necessaria un’epistemologia che sia aperta al paradosso, inteso come composizione (sym-ballein)  e co-appartenenza di non-identici. Il principio d’inerzia, crolla con l’inconsistenza fisica dell’isolabilità dei corpi. Esso vale come buona approssimazione nella meccanica cinematica, ma a livello profondo (ed anche concettuale) non è più verificato, né plausibile. Gli esperimenti di Walther Nernst sulla dipendenza del calore specifico dei corpi dalla temperatura, a fine dell‘800, che diedero vita al Terzo Principio della Termodinamica, dimostrando che l’entropia al tendere a zero della temperatura tende anch’essa a zero, ne sono una prova particolarmente rilevante. Cosa “isolo” che ogni decidibile “dove” si pervade del vacuum che tutto connette e tutto sostanzia?! Il qui e il , il prima e il poi, a livello profondo non sono dati. Prima della particella o dell’onda vi è il campo, di cui esse sono aspetti che possono essere colti a seconda della prospettiva/modo di osservazione. Se si tiene in conto questo si è in grado di conciliare le manifestazioni ascritte alla non-località con un sano determinismo (cosicché Dio non giochi a dadi) che pone la Realtà nell’essere Una, evitando il delirio mentale del paradosso gratuito proprio della meccanica quantistica della scuola di Copenaghen in cui, pur di conservare una causalità lineare, si fa dipendere la realtà dalla scelta di un osservatore (come se questo potesse quasi pre-esisterle!), si pensi al ben noto “gatto di Schroedinger”. Aver sostituito la realtà con la funzione d’onda, che descrive la probabilità che un oggetto fisico abbia una certa proprietà (ad es un certo valore d’impulso o di posizione), è una deriva (quasi ideologica in una prospettiva numero-cratica e matematizzata del mondo) che non fa cogliere quanto l’atto di osservazione de-scrivente sia un atto creante una rappresentazione (propria di quella prospettiva osservante) in cui la funzione d’onda è uno strumento che esprime il grado di fiducia soggettiva (recuperando una considerazione bayesiana, non frequentista, della probabilità) e non una reale esistenza. Si veda, per approfondire ciò, la rielaborazione del QB-ism (approccio ai modelli quantistici attraverso la statistica bayesiana) di M. Caves, C. A. Fuchs e R. Schack. Anche la frammentazione in multi-versi risulta molto meno congrua rispetto all’esistenza di un campo unificato che come vacuum è contemporaneamente non-locale e causale sugli enti esplicati (per dirla con D. Bohm) e da cui si poietizzano le categorie materiche, crono-topiche, energetiche, dinamiche. Ma nella non-località, o gli effetti non sono distinguibili dalle cause (in quanto sin-cronici: chi è causa di chi?) o la causalità è circolare. L’elemento del vacuum permette di spiegare la non-località e le variabili nascoste, le due ipotesi antipodiche, apparentemente inconciliabili in riferimento alla meccanica quantistica, su cui si articolò il Teorema di J. Bell in merito alle fenomenologie dell’entanglement. Il vacuum è la variabile nascosta ed è un oggetto non-locale!! Tra l’altro esso è in fluttuazione continua, quindi supporta anche l’indeterminazione di Heisemberg che, oltre ad essere una necessità quantistica, è un requisito implicato dal Terzo Principio della Termodinamica (vedi approfondimento). La Realtà in sé è Una, Uni-connessa; i poietici “osservatori” solo ritraggono alcune facce di tale infinto poliedro. Quando ci si avvicina alla scala di Plank, non potendo più sfuggire all’intrinseca fluttuazione dei corpi e all’intrinseca indeterminazione che connatura dei supposti confini tra l’uno e l’altro, (Heisemberg), non si può più supporre come valida la falsificabilità popperiana in quanto le cose sono se stesse ed altro, sono e . Se non si interiorizza profondamente che allora il metodo sperimentale funziona come buona approssimazione fino ad un certo livello, che non può essere disteso a tappeto su tutta la realtà e che richiede un’apertura che sfugga al flusso meramente causale e logico, non si potrà entrare nelle profondità del Mondo perché ci si limiterà a descriverlo “da fuori”.

Per incontrare l’obbiezione di chi possa con ovvio stupore rassicurarsi sul fatto che nessuno pretende di applicare (ancora) il metodo scientifico ad ogni fenomeno o sfaccettatura dell’esistente, ci teniamo a porre in evidenza il pericolo, comunque presente, che risiede nell’attuale considerazione di “scientifico” che a questa visione (e società) appartiene. A ciò che non si inscrive entro le categorie “scientifiche” di falsificabilità, ripetibilità e riproducibilità, infatti, è stato dato un “altro regno”, creando spesso un solco tra Physis e Metaphysis. Nei secoli precedenti, l’egemonia sulle coscienze fu di chi si occupava della seconda. Oggi, di chi tratta la prima. La prospettiva è, però, comunque totalitaria e lacerante perché sottintende, purtroppo, che vi sia qualcosa che “non è affar di Scienza” o che “prima o poi tutto rientrerà nei criteri della logica” dimenticando che la Realtà è in fondo una singolarità analogica autocosciente in divenire.

Paolo Renati

Un’Ermeneutica Olonomica

Un processo di indagine e di interpretazione, se si limita ad un separato descrivere l’oggetto rimane incompleto rispetto all’attuarsi della Conoscenza, della Verità. Se si ipotizza di essere uno studioso che si rapporta ad un testo poetico, e si pensa di oggettivarlo, cioè di distaccarsene, al fine di procedere in una descrizione analitica che ne esaurisca il maggior numero di significati ascosi e rinvianti, si potrebbe non accorgersi di quanto per cogliere quell’intero che risiede nel “logicamente indicibile”, sia fondamentale  arrivare ad “essere quel testo”, a risuonarvi. Questo è ciò che Shelling definisce esperienza aesthetica: il risuonare di un soggetto con un oggetto. Ciò equivale anche a non poterne dire tutto, proprio perché intrinsecamente simbolico, ossia infinitamente rinviante a significati non noti, non dicibili, non elencabili. Apparentemente questo non ha molto a che vedere con l’indagine del mondo e quindi con la Scienza. Ma non è affatto così, in quanto ogni cosa che accade pertiene al Mondo che – seppur divisibile in regni (fisiche e metafisiche) solo arbitrariamente rappresentati per mezzo di un eidos (idea-visione-immagine) e di un ego proiettanti (poietici) – in realtà è Uno. Allora tutto ciò che accade è Physis. Ecco qui che si rivela la necessità intrinseca del paradigma quantistico in quanto confutatore del principio dell’esistibilità degli enti in sé che, invece, sostanzia l’impossibile ed inconsistente paradigma classico in cui i corpi (enti) hanno una loro necessità ontologica in sé ed ai quali è riconducibile una substantia (scolasticamente) sempre uguale, identificabile a prescindere dal contesto: una molecola d’acqua è sempre una molecola d’acqua, un protone è sempre un protone. Allora, se si allarga la quest a ciò che, fisicamente, non può essere altro da noi (poiché ascritto ad un unico campo connettivo in divenire), senza quella consapevolezza che in fondo ci si ritrova lì, conservando un metodo di interpretazione descrittivo, ed allocante (ossia che pone l’oggetto in un altrove rispetto a noi, fittizio) si arriva al fallimento per la composizione del puzzle. Ciò è fallimentare in quanto suppone che la Verità sia qualcosa da trovare, e che tale strada si regga sul com-prendere. Ma come può essere colto un qualcosa, realmente ed integralmente, se mancante di una parte? La Realtà, nel momento in cui il de-scrivente se ne tira fuori, non è più integra, e la verità (trovata) sarà parziale e prospettica. Serve riconoscere la co-appartenenza di soggetto conoscente e di oggetto conosciuto articolantesi nel processo conoscitivo. In questo senso l’ermeneuta (oggi anche scienziato) deve accorgersi di essere, fondamentalmente, parte di ciò che sta indagando: allora la Verità diventa un qualcosa da essere, non da trovare. A questo può provvedere solo il panico sentire invece del parziale com-prendere. Questo è il debito che Scienza e Filosofia hanno verso la Psyché. In questo senso la Psicologia, intesa come indagine di se stessi, come frequentarsi, è forse la più autentica forma di conoscenza, in quanto, come ci ricorda C.G. Jung (e come già Kant ci allertò nella Critica della Ragion Pura), soggetto e oggetto coincidono in un armonioso snodarsi nella ricomposizione analogica (di episteme e doxa, di ragione e follia).

Questa acquisizione, definibile filosofica, crediamo possa essere un’importante rotta per lo sviluppo e la condotta scientifica. Se la Filosofia (che in vero insieme alla Teologia preparò perfettamente il terreno ad un simile totalitarismo, ecumenico prima, tecnico poi), ormai forse emancipata dall’essere tradizione metafisica, è davvero quel pensiero non ancora asservito ad uno scopo eteronomo, che può quindi vegliare ed orientare quello funzionale (“pragmatico”: tipicamente il pensiero tecnico, di sua natura manipolante e pro-gettuale), è allora, urgentemente, il momento di supportare un’epistemologia analogica con un’ermeneutica olonomica.

Paolo Renati

Una Medicina Sistemica e Sincronica

Il primo ambito in cui gli esseri umani civilizzati pagano il prezzo dell’inserimento (ormai forzato) all’interno di una società sistematizzata è la Medicina. Questo perché essa è una pratica che, oltre la Biologia, si declina proprio sul filo tra quelle colonne teoriche ritenute “scienze dure” e le altre risultanti fenomenologiche ascritte alle “scienze molli” e che, della implicita separazione tra queste e della frustrata tensione imitativa delle seconde verso le prime, risente nel peggior modo. Non attingendo allo specialismo quantistico e relativistico, la competenza in materia di fisica moderna nel personale medico è drammaticamente lacunosa. E ad oggi diventa ridicolo, se non folle, pretendere di essere “scientifici” attraverso un’applicazione beota del metodo empirico applicato alla prassi clinica, senza comprendere ed attuare le profonde acquisizioni e modelli che la fisica espone come le più consistenti per la comprensione delle dinamiche del vivente, tra cui ciò che chiamiamo “patologie”. La Medicina, infatti è molto più strutturata nelle metodiche e nelle catalogazioni cliniche e diagnostiche (protocolli compresi), di quanto non si costituisca di un approccio ad hoc soggetto per soggetto. Si definiscono “gli adenocarcinomi” a prescindere da chi li sviluppa, dando peraltro per scontato che l’”adenocarcinoma” sia un qualcosa in sé su cui intervenire a priori dal casu specifico.

La Teoria Quantistica dei Campi e L’Elettrodinamica Coerente stanno consegnando un’ interessantissima visione sul mondo biologico, in cui risulta inconsistente anche la separazione tra psyche e soma: il pacchetto di fase associato ai modi elettromagnetici dei potenziali propri delle strutture coerenti costituisce quella che è nota come omeostasi e che si esprime come insieme ritmico di frequenze di lavoro cellulari, tissutali, organismiche… fino ad ambientali. Infatti, per l’indeterminazione di Heisemberg, la fase, il ritmo di oscillazione (fondamentale parametro di un sistema coerente), dovendo essere sempre meglio definita, necessita di essere estesa ad un numero di oscillatori tendente ad infinito. Essendo, un organismo, costituito da un numero finito di questi, spontaneamente, tende a dialogare in fase con l’ambiente e a risuonarvi. Questo apre nuove importantissime comprensioni su cosa sia un ecosistema e su come un intorno di stimoli sottili sia consistentemente alla base dell’equilibrio del vivente. Allora una Medicina della relazione, della sistemica, della coerenza, del dialogo elettromagnetico, è il primo passo verso una vera evoluzione della Salute.

Paolo Renati

Una Società risonante in Fase

Il linguaggio razionale, nato già con la filosofia socratica, ha costituito la base su cui il metodo sperimentale e l’egemonia della Scienza hanno potuto poi sostituirsi alle precedenti “Chiese”. Ma l’errore di fondo non è stato elaborato e corretto: l’uniformazione dei significati, la riduzione della consistenza del linguaggio al principio di non-contraddizione e l’oggettivizzazione della Verità. Questi criteri palesano il rimosso simbolico del sistema occidentale. A livelli intimi, nulla è determinabile e perciò non descrivibile, non oggettivabile, la Fisica ce lo sta chiaramente rivelando (link ad articolo “cosa già sappiamo dalla fisica oggi”). Nel “blocco uniformante”, comodo per qualunque Sistema che debba esercitare una prevedibilità e quindi un controllo dei propri soggetti componenti, rimangono solo i de-personali “noi” ed i “modi” per stare al mondo, come ci ricorda Heidegger, si riducono a quello unico del “Si” (in tedesco “Man”): “si fa così…”, “si pensa così…”, “ci si diverte così…“, ecc.

In questo paesaggio il soggetto scompare. Eppure un Noi senza soggetti è come un corpo senza respiro, come una voce senza nota, come un mare senza coste. Cambiare il linguaggio in funzione del proprio sentire ed in base alla propria virtù, al proprio daemon, sfuggendo ai codici della ragione uniformante, pre-potente, pre-disponente le “cose” in fila e “di contro” (ob-jecta), per ritrovare aldilà di questi e dei significanti il volo alto ed innominabile del Senso, è la Via attraverso cui l’esistere (lo stare al mondo) può riscattarsi dall’abbattimento del Sè per mano dei codici uniformanti. Riconoscere la necessità e l’urgenza di uno scioglimento delle basi semantiche del linguaggio simbolico e consentire cosi l’individuazione junghiana anche tramite codici comunicativi non identitari. Per far ciò gli uomini devono essere emancipati in simile attitudine.

La dimensione in cui tutto ciò può distillarsi è quella del simbolo, inteso junghianamente.  Una società che non promuove l’individuazione è una società profondamente ipocrita, ed il benessere (il welfare, nel welfare system) sarà solo del “system”, non del soggetto. Come bene ci fa ripercorrere U. Galimberti ne La Terra Senza il Male, il “rimosso dell’occidente” è costituito dal senso e dal simbolico non tanto dai valori (che, come disse Heidegger, non sono, ma valgono).

è stato rimosso quello che conduce all’uscita dall’uniformazione, dal controllo, dalla previsione; tutto ciò che pericolosamente sfugge ai codici pre-posti, nell’illusione di una libertà di scelta. Tutto questo è temuto, e quindi rimosso, in quanto ascritto a ciò che la ragione non è e non può: la dimensione della follia indifferenziata, totipotente, indistintamente buona e giusta, per ciò divina (dionisiacamente). Ecco perché il percorso dell’individuazione junghiana mira ad estendere la soggettività alla parte “folle e divina”, all’ombra: in tal modo si può essere un prima che un Io e finalmente muoversi nel vasto orizzonte del Senso, uscendo dal cortile dei significati pro-gettati.

Dal falso ed appiattente Noi-nessuno degli equivalenti generali (come la Legge, il Denaro, il Cittadino, i Valori, l’ Economia, lo Stato, il PIL, ecc), su cui la società sistematizzata si regge, impedendo di riconoscere capillarmente l’autenticità di ogni situazione e di ogni storia, singola e specifica, l’Io è relegato ed illuso in un “valore”, in una “morale” frutto della norma e del chiasso descrittivo degli automi. Ma ci ricorda C.G. Jung: «tanto più in una società è forte la presenza della norma e tanto più immorale è la condotta dell’individuo». Quella considerata è l’immoralità del non adempiere il proprio compito di individuarsi, rassegnandosi ai ruoli a cui si è stati iscritti dall’intorno anonimante del Si che vuole poterci descrivere e confinare nelle descrizioni. È l’immoralità del vivere in un falso esistere, perché non arrischia nulla di ignoto in quanto non tenta la trascendenza (via del possibile). È l’immoralità del vivere in una finzione, la “finzione trascendente degli equivalenti generali, che frutto della nostra logica, paiono appunto trascendere la nostra facoltà di deciderne, lasciandoci dimentichi che sono un nostro “strumento-prodotto”. Compreso che ciò di cui si ha bisogno non sono i valori, ma il Senso, oltre i significati già noti, l’Io deve responsabilmente riconoscersi, individuarsi, non scegliendo tra i codici contemplati, ma de-situandosi in un’unicità fuori da ogni codice pre-posto (funzione trascendente), elaborando così i propri archetipi, esprimendosi davvero secondo la propria virtù (areté) ed amandosi. Solo così, ora, si può fondare sull’individuazione (soggettivante) la Via per uscire da un individualismo autoreferenziale e sulla quale, potendo amare l’altro (perché l’altro sono io), è possibile coalescere un non anonimante e producente Noi-ognuno, quello della compassione e dell’ascolto e della relazione. Tutto ciò esclude intrinsecamente qualunque istituzione, qualunque forma di potere o quantificazione economica.

Da qui parte una nuova società, una nuova umanità. Forse, una vera Civiltà.

Perché, come ci ricorda Silvano Agosti, in una società in cui gli uomini si individuano, gli uomini si esprimono. E dove ci si esprime, c’è gioia di vivere e si rischia la temibile Felicità.

L’Elettrodinamica Coerente ci permette di comprendere come un insieme di elementi fisici, dotati di un proprio spettro energetico in cui vi sono due o più livelli occupabili, se possibilitato a dissipare un calore latente di trasformazione (sotto forma di entropia ad esempio), può organizzarsi spontaneamente in una configurazione coerente in cui cioè i componenti possono risuonare in fase tra loro e con un campo elettromagnetico auto-intrappolato in tale insieme ora indicabile come dominio di coerenza. A livello biologico il funzionamento biofisico e la possibilità di avere strutture sempre più complesse si sostanziano proprio di questa dinamica fisica insieme alla grande selettività biochimica che connota le interazioni elettrodinamiche laddove viga la coerenza.

Questo cammino si rivolge a chi voglia trovare conferme e collegamenti concreti su quello che “con il cuore” sente chiaro in merito al ruolo e al senso dell’essere umano (e non solo) e della Vita in generale in questo universo che è già il Paradiso, vista l’armonica perfezione di ogni Suo aspetto, prima di essere dia-bolica-mente corrotto in de-scrizioni, rappresentazioni pro-spettiche e manipolazioni pro-gettuali. Il Tutto è la Grande Coscienza (per dare un nome il meno polarizzante possibile) e vi sono le manifestazioni fisiche a mostrarlo in maniera inequivocabile, a patto di deporre un’arroganza auto-barricantesi dietro a un’ipostatizzazione della “teoria logica” rispetto alla “realtà”. Comprendere ciò permetterà agli esseri umani una seria ed autentica possibilità di viverlo (questo Paradiso). Rispetto alla domanda “perché da sempre il Mondo e gli uomini sono così devastati e conflittuali?” va colto che questo aspetto, nient’affatto rappresentativo della totalità degli eventi, sta accadendo (e da tempo) perché la Realtà è un divenire, è un percorso di crescita collettivo a cui ognuno partecipa ed in cui ognuno (anche apparentemente in modo assurdo) ha una funzione non banale o casuale, in tensione alla complessa configurazione in cui tutti sono Uno ed in cui, al contempo, ognuno è un riconosciuto ed individuato . Tale configurazione ha un contenuto entropico tendente a zero, ma è termodinamicamente favorevole in quanto non esistono sistemi isolati, quindi è possibile, agendo come strutture dissipative, dare il via a connessioni bio-elettromagnetiche coerenti in cui le frequenze di lavoro siano comuni ed in fase. Questa è una condizione “operativa” entro cui le strutture neuronali (celebrali), e biofisiche in genere, possono trovarsi ad esperire uno stato di entanglement (si pensi allo stato di coscienza a cui si dà forma in un gruppo sufficientemente esteso durante una pratica di Meditazione Trascendentale di alto livello). Il risultato è una risonanza di ciò che chiamiamo coscienze (ancora comprendendo troppo poco quanto fisico sia ciò di cui si tratta). Il Tutto compie questa Storia, che mai termina e spiralmente avanza, attraverso il fenomeno della Vita che permette all’Universo l’accorgersi di esistere (dalla diatomea alla quercia, da un ragazzo alla barriera corallina). Tale percorso deve essere guidato da un’elevazione del pensiero analogico a “strumento ufficiale” per vivere, pensare, conoscere e relazionarsi. Solo così si può ricucire la divisione gnoseologica, quella sociale e quella dentro ogni essere umano, quale simbolo (e non segno) ascritto al Senso. Apriamoci a questa meraviglia dell’esistenza: quella cosa lì siamo (anche) Noi.

Paolo Renati

Praticamente….

In summa, sto cercando di comunicare l’impellente urgenza (fisica e non opinionistica) di intraprendere, da parte di ogni essere umano, una gestualità culturale volta alla riappropriazione del pensiero critico, alla liberazione dal cinismo pre-scandalizzato, alla connessione gnoseologica di tutti gli ambiti disciplinari, alla capacità di sentire e sentirsi ed alla profonda cura per l’esistente. Che ogni soggetto quindi, con coraggio, colga l’importanza di de-sistematizzarsi, di non abdicare la propria etica, salute, espressione ed umanità ad enti, governi, monete, ministeri, mercati, che non possono (in quanto strutture oggettivanti) adempiere il fine alto della fioritura di ogni essere unico e differente. Con equilibrio, non si scada nell’eccentricità gratuita, tautologica, ma si percorra sempre la via della relazione e dell’osservazione critica. E ci si frequenti. Ci si senta e si senta la dignità di ogni modalità espressiva che ci abita e si porti a coscienza (bewusst-werden), elaborandolo, ogni archetipo. Junghianamente, questo significa “compiere la propria funzione trascendente: individuarsi”.

Paolo Renati